Riconoscere in anticipo i pazienti refrattari alla chemioterapia standard e optare per un altro tipo di terapia è una delle armi principali dell’approccio più attuale, che mira ad una prevenzione personalizzata, in grado di evitare l’utilizzo di farmaci non adeguati per alcuni tipi di pazienti.
Secondo uno studio dell’Humanitas, guidato dal Prof. Carmelo Stella, il sistema della “biopsia liquida” permette di identificare materiale genetico tumorale da un semplice prelievo di sangue periferico. Questo ha consentito di osservare una correlazione significativa tra la quantità di DNA tumorale circolante e la risposta o meno alla chemioterapia di seconda linea.
A sostegno della volontà di creare un approccio multidisciplinare, è stata coinvolta anche l’unità operativa di medicina Nucleare. Alcune tecniche di imaging, e in particolar modo la PET, permettono di evidenziare la presenza di malattia attiva. L’utilizzo di una PET eseguita precocemente dopo l’inizio della terapia è già affermato come predittore della risposta clinica nella terapia di prima linea.
Studiando un gruppo di 40 pazienti è stato osservato che lo studio PET precoce è predittivo anche in questo ambito, con un’accuratezza dell’84%.
Inoltre, integrando lo studio PET con la quantificazione del DNA tumorale circolante pre-terapia, si sono potuti identificare con un’accuratezza del 90% quali pazienti risponderanno alla terapia di seconda linea e quali invece non hanno nessun beneficio dalla chemioterapia.
Questo risultato è superiore alla sola indagine radiologica e permetterà, nel futuro, di personalizzare la terapia di seconda linea. In particolare, lo scopo è di evitare che alcuni pazienti vengano trattati con farmaci non adeguati alla loro malattia, evitando sovratrattamenti e tossicità.
Il progetto dell’Humanitas attualmente in corso prevede la stesura di un protocollo clinico per pazienti con cHL recidivato o refrattario, in cui la terapia di seconda linea sia guidata dai dati PET e dall’analisi genetica eseguita su prelievi di sangue periferico. Ciò permetterà di trattare pazienti chemiorefrattari con altre forme di terapia, tra cui l’immunoterapia e anticorpi monoclonali.
Simona Bertagna
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