Grazie a un team di ricercatori dell’Università di Padova sono stati di recente individuati i marcatori nella leucemia linfatica cronica, associati al rischio di un’evoluzione in un linfoma aggressivo. Questo consentirà di identificare con anticipo le percentuali di rischio e di ottimizzare l’utilizzo dei farmaci per la cura.
Secondo il Dott. Andrea Visentin dell’Università di Padova, ricercatore del Dipartimento di Medicina dell’Università di Padova: “I pazienti possono sviluppare varie complicanze, tra cui malattie autoimmuni, seconde neoplasie e la sindrome di Richter. Responsabili di questa eterogeneità sono alcuni marcatori tra cui le anomalie, cioè delezione o mutazione, del gene TP53, lo stato mutazione dei geni per la porzione variabile delle catene pesanti delle immunoglobuline (IGHV), e la presenza di almeno 3 alterazioni dei cromosomi (cariotipo complesso), su cui il gruppo di ematologia di Padova di cui faccio parte lavora da più di 10 anni e che ha contribuito attivamente nell’avanzamento scientifico”. Lo sottolinea in un’intervista.
La leucemia linfatica cronica è purtroppo frequente nella popolazione occidentale, pur essendo un tumore raro. Dal punto di vista clinico, ai molti pazienti che non hanno nemmeno bisogno di trattamento con un’ottima percentuale di sopravvivenza, se ne affiancano altri che richiedono invece numerosi trattamenti, per cui la variabilità è molto elevata.
Due gli studi pubblicati dai ricercatori: il primo focalizzato sulla creazione di uno strumento in grado di prognosticare in percentuale, al momento della diagnosi della leucemia linfatica cronica, il rischio di sviluppare la sindrome di Richter a distanza di 10 anni, grazie all’identificazione appunto dei principali marcatori.
Il secondo studio, come racconta il prof. Livio Trentin, ordinario della cattedra di Ematologia dell’Università di Padova e direttore della UOC di Ematologia dell’Azienda Ospedale Università di Padova, è stato svolto poi in collaborazione con ricercatori di altri 15 Istituti italiani. Obiettivo: esaminare il più grande gruppo di pazienti con leucemia linfatica cronica con anomalie di TP53, trattati con ibrutinib, per analizzare non solo l’efficacia del farmaco, ma anche i suoi effetti collaterali e ottimizzarne così l’utilizzo, considerato anche il costo elevato.
Un’attività di rete che ha consentito di andare oltre gli studi clinici che includevano al massimo 20-30 pazienti e di ampliare notevolmente la ricerca, potendo contare su un campione di 100 pazienti.
Commenti recenti